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№ 04 Territorio e Ricerca

INSULÆ Papers · Serie di ricerca professionale

Il paesaggio come archivio vivente

Archeologia, permanenze e autenticità dei luoghi

Mariano Genovese

Mariano Genovese

Architetto · Fondatore INSULÆ

21 Settembre 2026
Il paesaggio come archivio vivente
Contesto Giornata di studio Paolo Orsi · Assoro
Anno · Numero 2026 · № 04
Tema Territorio e Ricerca
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Che cosa significa progettare quando il luogo sul quale interveniamo non è mai uno spazio vuoto?

Mariano Genovese

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Abstract

Abstract

Il paesaggio è spesso raccontato attraverso l'urgenza della tutela o la nostalgia della conservazione. Questo numero degli INSULÆ Papers propone una terza via, a partire da una giornata di studio dedicata a Paolo Orsi e al territorio di Assoro: leggere il paesaggio come un archivio vivente, un deposito nel quale continuano a sedimentarsi strati — geologici, insediativi, agrari, sociali, contemporanei — e nel quale il progetto stesso è uno strato tra gli altri, non un'eccezione. Attraversando il lavoro sul campo di archeologi e associazioni culturali, il saggio distingue permanenza e nostalgia, minore e marginale, e propone l'archeologia e la progettazione paesaggistica come discipline della lettura, accomunate dal compito di comprendere una struttura prima di intervenire su di essa. Si chiude interrogando la responsabilità del progettista contemporaneo: capire a quale sequenza si sta aggiungendo qualcosa, e che cosa di quel gesto potrà, a sua volta, diventare permanenza.

Nota sul contesto

Il paper nasce dalla giornata di studio dedicata al territorio di Assoro e alla sua storia (6 settembre 2025, Museo Complesso Conventuale di Santa Maria degli Angeli), nell'ambito della mostra itinerante «Paolo Orsi. Da Akragas a Zancle» promossa da SiciliAntica.

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Una sera ad Assoro

Il 6 settembre 2025, nel Museo Complesso Conventuale di Santa Maria degli Angeli ad Assoro, si è conclusa con una performance di danza etnica e contemporanea la giornata dedicata al territorio e alla sua storia, nell’ambito della mostra itinerante Paolo Orsi. Da Akragas a Zancle, promossa da SiciliAntica per il suo ventinovesimo anno di attività.

La scelta di chiudere una sessione scientifica con un atto performativo non era decorativa. Era una dichiarazione di metodo: il patrimonio non si conserva soltanto nei depositi museali o nelle banche dati GIS. Vive anche nei corpi, nei gesti, nella memoria incorporata che una comunità trasmette attraverso forme che cambiano ma non si interrompono. Soad Ibrahim — ballerina italo-egiziana, palermitana, che lavora sul confine tra movimento, filosofia e trasformazione interiore — ha chiuso quella serata con un atto che era, a suo modo, anch’esso una lettura stratigrafica. Uno strato più recente, sedimentato sopra tutti quelli di cui si era parlato fino a un attimo prima, ma non per questo meno reale. Nessuno, quella sera, lo avrebbe chiamato così. Ma è quello che era.

La sessione ha messo insieme tre archeologi attorno a un unico problema: come si legge un paesaggio quando il paesaggio è, esso stesso, il documento principale — quando non esiste un testo a parte da consultare, perché il testo è la terra stessa, con le sue quote, i suoi confini, le sue tracce. Quello che segue non è un resoconto. È una riflessione che parte da quella sera e si allarga verso una domanda che riguarda il modo in cui noi — architetti, paesaggisti, progettisti di comunità — abitiamo professionalmente i luoghi, e verso ciò che, di quella serata, resta da capire.

02

Tre letture dello stesso paesaggio

Le tre relazioni hanno affrontato lo stesso problema da angoli diversi.

Eleonora Draià · Ricognizione GIS

Una ricognizione GIS sulla Sicilia centrale — dalla Valle del Dittaino ai Monti Erei — a partire da contrada Dolei, dove emerge una stratigrafia di occupazione dalla preistoria all'età moderna: il paesaggio non è uno sfondo inerte ma un attore dinamico.

Rossella Nicoletti · Carta Archeologica

La Carta Archeologica di Assoro, con cui SiciliAntica vuole rendere il patrimonio leggibile, tutelabile e comunicabile.

Alfredo Crimi · Viabilità storica

Il paesaggio letto come sistema di viabilità storica: tracciati antichi che strutturano ancora il territorio, al di là delle sovrapposizioni moderne.

Ascoltandoli mi è tornata in mente un’immagine che uso spesso: il paesaggio come archivio vivente. Non un archivio immobile da custodire sotto vetro, ma un deposito in cui continuano a sedimentarsi strati — geologia, acqua, agricoltura, insediamenti, infrastrutture, memoria, comunità — e in cui ogni intervento, il nostro compreso, diventa materia d’archivio per chi verrà dopo. Il progetto è uno di questi strati: non il primo, quasi mai l’ultimo. Da qui la domanda che attraversa questo testo: che cosa significa progettare quando il luogo sul quale interveniamo non è mai uno spazio vuoto?

La conoscenza è un'infrastruttura del territorio, tanto quanto una strada o una rete idrica: quando manca, ogni decisione si prende alla cieca, o si prende tardi.

Dai tre interventi ricavo un’idea di fondo: la permanenza non è nostalgia. Un territorio conserva informazioni anche quando gli oggetti originari sono scomparsi — una strada sopravvive in un confine catastale, un insediamento nella struttura agraria che ha generato. Non si tratta di impedire la trasformazione, ma di capire quale struttura profonda un luogo possieda e quali trasformazioni possano dialogare con essa anziché ignorarla o cancellarla.

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Minori non significa marginali

Nel mio intervento di apertura ho detto che diffido dell’espressione «centri minori». La dimensione demografica non misura la qualità del patrimonio, la profondità della storia, la complessità della stratificazione, la capacità di generare identità. Assoro, con il suo Castello, la Chiesa di San Leone, il Monastero di Santa Maria degli Angeli — luoghi che Paolo Orsi visitò nel 1916 — è un caso emblematico di come la stratificazione storica di un piccolo centro possa essere, per intensità, comparabile a quella di una capitale regionale.

Vorrei però essere più preciso di come questa idea viene normalmente formulata, perché rischia altrimenti di scivolare in una retorica sui borghi che non mi interessa e che, onestamente, trovo poco onesta. Non sto parlando dei piccoli centri come luoghi autentici contrapposti moralisticamente alle città. Sto facendo una considerazione più circoscritta: «minore» è una categoria quantitativa — misura una popolazione, un’estensione, un peso amministrativo. «Marginale» è una categoria relazionale — misura una posizione rispetto a un centro di attenzione, di investimento, di racconto. Le due cose non coincidono necessariamente, e confonderle porta a due errori opposti: sottovalutare la complessità di ciò che è piccolo, oppure idealizzarlo per compensazione.

Minore

Categoria quantitativa: misura una popolazione, un'estensione, un peso amministrativo.

Marginale

Categoria relazionale: misura una posizione rispetto a un centro di attenzione, di investimento, di racconto.

In alcuni territori interni, inoltre, la minore intensità delle trasformazioni contemporanee può aver conservato una maggiore leggibilità delle strutture storiche del paesaggio — semplicemente perché meno pressione edilizia, meno infrastrutture pesanti, meno sostituzioni hanno avuto modo di intervenire. Ma questo è un punto da trattare con cautela, senza scivolare nell’idealizzazione delle aree interne come luoghi sospesi nel tempo: quella leggibilità è spesso anche il sintomo di uno spopolamento, di una marginalità economica reale, di servizi che mancano. Non è un dato positivo in sé. È una condizione che va letta per quello che è, con le sue ambiguità.

Il problema non è quindi la dimensione di un luogo. È la capacità — nostra, di chi progetta e di chi racconta — di leggerlo e di restituirlo. Ed è qui che la ricerca archeologica e la progettazione paesaggistica si incontrano: entrambe sono discipline della lettura. L’archeologo legge ciò che rimane. Il paesaggista legge relazioni. L’architetto dovrebbe leggere ciò che esiste prima di modificarlo. Tutti e tre lavorano su sistemi complessi, su scale temporali lunghe, su relazioni tra parti che non si capiscono osservando isolatamente i singoli oggetti — un edificio, un reperto, un albero — ma solo ricostruendo la rete di rapporti che li tiene insieme.

Da qui può emergere un principio più generale: prima del progetto viene la lettura. E la qualità di un progetto dipende, in misura non piccola, dalla qualità della lettura che lo precede — una lettura che richiede tempo, e che per questo è la prima cosa che, sotto pressione di scadenze e budget, si è tentati di saltare.

Quando un’associazione come SiciliAntica organizza otto giorni di eventi che portano archeologi, storici, artisti, amministratori e volontari a lavorare insieme su un territorio come il comprensorio Assoro–Leonforte–Nissoria, sta costruendo un archivio collettivo di conoscenza che nessun ente pubblico, da solo, avrebbe probabilmente la flessibilità di produrre. Sta dimostrando che il patrimonio è anche una pratica sociale, non soltanto un oggetto da conservare.

Il lavoro prosegue. Nei primi giorni di novembre Assoro ospiterà una nuova manifestazione, sulla scia di quella dell’anno scorso ma con un altro tema: il grano, filo che lega da millenni insediamenti, paesaggio e archeologia delle aree interne siciliane, e punto di partenza per interrogarsi sul loro futuro — spopolamento, impoverimento dei suoli, scarsità d’acqua, rischio di desertificazione.

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La posizione di INSULÆ

INSULÆ non è un’impresa di restauro né uno studio specializzato in archeologia, e non è questa la competenza che rivendico scrivendo questo testo. Siamo un’impresa multidisciplinare che opera prevalentemente nel progetto contemporaneo — architettura, paesaggio, rigenerazione urbana, restauro, project management, retail construction. Proprio per questo, il tema di cui ho parlato finora mi interessa: anche il progetto più contemporaneo, anche il fit-out di un negozio in un centro commerciale, interviene sempre dentro qualcosa che esiste già. Un edificio. Una strada. Una struttura urbana. Un paesaggio. Una comunità. Un sistema di relazioni che non abbiamo scelto e che non possiamo permetterci di ignorare solo perché il nostro mandato è circoscritto.

Non si progetta bene un luogo senza conoscerlo in profondità. E conoscere un luogo in profondità significa essere disposti a leggere le sue permanenze, non soltanto il suo stato attuale — il rilievo, la planimetria catastale, le fotografie del sopralluogo. Il rapporto con archeologi, storici, paesaggisti, associazioni culturali e comunità non è, per uno studio come il nostro, un’attività accessoria o di rappresentanza. È parte di una formazione continua del progettista, che altrimenti rischia di restare confinato dentro gli strumenti del proprio mestiere, senza mai verificarli contro la complessità reale dei luoghi in cui interviene.

La mia appartenenza ad AIAPP — Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio — dal 2000, e la collaborazione con SiciliAntica su progetti che intersecano paesaggio, patrimonio e comunità, non sono biografie professionali da citare nei curricula. Sono la sostanza di un modo di stare nel territorio che considero l’unico modo per produrre architettura che non invecchi male — non perché segua le mode, ma perché ha davvero dialogato con ciò che c’era prima.

Un paesaggista che non frequenta gli archeologi lavora a metà. Un architetto che non conosce la struttura storica del suolo su cui interviene costruisce su sabbia, nel senso più letterale dell'espressione.

Mariano Genovese

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Progettare significa aggiungere uno strato

Se il paesaggio è un archivio vivente e non un deposito da preservare intatto, allora ogni progetto è, inevitabilmente, un nuovo strato. Anche quando demolisce. Anche quando sostituisce integralmente ciò che c’era. Anche quando interviene apparentemente solo sugli interni di un edificio, lasciando intatta la facciata: il progetto modifica comunque una sequenza che era in corso prima del nostro arrivo e che continuerà dopo la nostra uscita di scena.

Il problema, allora, non è evitare di aggiungere lo strato contemporaneo. Sarebbe impossibile, e forse persino sbagliato: significherebbe trattare il presente come un’intrusione illegittima nella storia, invece che come la sua continuazione naturale. La responsabilità del progettista sta altrove, in due domande che raramente vengono poste esplicitamente in un tavolo di progetto, ma che dovrebbero accompagnare ogni intervento:

A quale sequenza stiamo aggiungendo qualcosa? E che cosa, del nostro intervento, potrà diventare a sua volta permanenza?

Non ho una risposta prescrittiva a queste domande, e credo sia giusto così. INSULÆ Papers vuole proporre strumenti di pensiero, non un decalogo da applicare meccanicamente a ogni sito. Ma tenere aperte queste domande, per ogni progetto, mi sembra già una forma di responsabilità — forse la più importante che il mestiere del progettista comporti.

06

Conclusione. Uno strato alla volta

La performance di Soad Ibrahim che ha chiuso la serata del 6 settembre era, tecnicamente, fuori dal programma scientifico. Ma era perfettamente dentro la logica del convegno, e adesso, arrivati fin qui, credo se ne veda con più chiarezza il motivo. Il paesaggio si legge per strati, e ogni strato è reale: quello geologico, quello insediativo preistorico, quello greco, quello romano, quello medievale, quello normanno, quello moderno, quello contemporaneo. La danza è uno strato. La memoria del corpo è uno strato. L’emozione con cui una comunità riconosce se stessa in un luogo è uno strato.

Il compito del progettista — e il compito che INSULÆ si dà ogni volta che entra in un territorio nuovo — è quello di capire quanti strati ci sono prima di aggiungerne uno. E di aggiungerne uno che li rispetti tutti, anche quelli che non si vedono.

Paolo Orsi lo sapeva. Camminava lentamente.

Rif.

Riferimenti essenziali

Consiglio d’Europa, Convenzione Europea del Paesaggio, Firenze, 2000. — Definisce il paesaggio come esito dell’azione e dell’interazione di fattori naturali e umani nel tempo: presupposto teorico richiamato alla sezione 02.

Corboz A. (1983), Il territorio come palinsesto, in Diogene, poi in diverse antologie di teoria del paesaggio. — Introduce l’immagine del territorio come superficie scritta e riscritta nel tempo: la fonte più diretta del concetto di «archivio vivente» sviluppato in questo Paper.

Turri E. (1998), Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato, Venezia, Marsilio. — Propone una lettura del paesaggio come sistema di segni sedimentati, utile a chi voglia approfondire il rapporto tra stratificazione storica e progetto contemporaneo.

Colophon

INSULÆ Papers · N°04 · INSULÆ S.r.l. · Palermo. INSULÆ Papers è la serie editoriale di INSULÆ S.r.l. dedicata alla riflessione disciplinare a partire da casi reali di progetto, ricerca e partecipazione. I contributi sono redatti dai professionisti della firma e da collaboratori esterni.

Per approfondire

Letture
consigliate.

Teoria del paesaggio

Il territorio come palinsesto

A. Corboz

Il territorio come superficie scritta e riscritta nel tempo: la radice del concetto di archivio vivente.

Paesaggio

Il paesaggio come teatro

E. Turri

Il paesaggio come sistema di segni sedimentati, tra territorio vissuto e territorio rappresentato.

Normativa

Convenzione Europea del Paesaggio

Consiglio d'Europa

Il paesaggio come esito dell'interazione, nel tempo, tra fattori naturali e umani.