Quando uno spazio diventa luogo
Abstract
Quando uno spazio comincia a essere sentito come proprio da chi lo abita? Il paper affronta la domanda a partire dall'Atelier Pergola e giardini sensoriali a scuola, l'intervento noto come Oasi Civica, realizzato all'Istituto Comprensivo De Amicis–Da Vinci nel quartiere Noce di Palermo e selezionato tra le venti proposte di eccellenza di OLTRE IL FRONTE 2026. Il testo segue il percorso dell'opera: una scuola che sceglie di trasformare un piccolo finanziamento per attrezzature in uno spazio ombreggiato all'aperto; il paesaggio come esperienza educativa; l'ingegnerizzazione come luogo in cui la frugalità diventa criterio di progetto; il mestiere di chi costruisce; la vita dopo la consegna. La tesi è che la qualità architettonica comprenda la capacità di uno spazio di accogliere la vita quotidiana e di essere curato nel tempo, e che l'appartenenza, resa possibile dal progetto, prenda forma soltanto attraverso l'uso.
Uno spazio diventa proprio in un momento che nessun verbale registra. Succede quando le persone cominciano a usarlo senza che qualcuno lo chieda, a riconoscerne gli angoli, ad avvertirne la mancanza quando è chiuso. Il geografo Yi-Fu Tuan ha descritto questo passaggio come il momento in cui uno spazio indistinto diventa luogo, man mano che lo conosciamo meglio e gli attribuiamo valore. Gli studi più recenti sull’attaccamento ai luoghi, raccolti tra gli altri da Maria Lewicka e da Lynne Manzo e Patrick Devine-Wright, hanno mostrato che questo legame cresce con la frequentazione e con la memoria condivisa. La definizione sposta l’attenzione dal disegno all’esperienza e pone a chi progetta una domanda scomoda: quale parte di questo processo dipende davvero dall’architettura?
Provo a rispondere a partire dall’Atelier Pergola e giardini sensoriali a scuola, realizzato all’Istituto Comprensivo De Amicis–Da Vinci, nel quartiere Noce a Palermo, e selezionato tra le venti proposte di eccellenza di OLTRE IL FRONTE 2026, nell’ambito della Biennale ExpoArte dei Due Mari promossa dall’Ordine degli Architetti di Messina. Il professor Renzo Lecardane ha diretto il laboratorio da cui il progetto è nato ed è l’ideatore del padiglione. Con l’architetto Ignazio Verentino e la squadra di INSULÆ ne ho curato l’ingegnerizzazione, e sono stato responsabile del progetto nell’ambito del programma europeo che lo ha finanziato. I manufatti in acciaio e i sistemi ombreggianti sono stati realizzati da BF2000. Alla scuola abbiamo donato la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza.
Il riconoscimento è un’occasione per tornare su questa esperienza. Mi interessa meno come risultato che per le domande che lascia aperte.
Una piccola somma, una domanda precisa
Una scuola ha ritmi precisi: gli ingressi del mattino, la ricreazione, le uscite, le ore in cui il sole colpisce certe pareti e svuota un cortile. Ci sono attività che restano in aula perché fuori manca un riparo, e spazi aperti che esistono sulla planimetria ma che nessuno frequenta. Prima di qualunque soluzione, conviene chiedersi come una comunità scolastica usa il proprio tempo e il proprio spazio, e che cosa le manca per usarli meglio.
Alla De Amicis–Da Vinci questa domanda è partita dalla scuola, e da una cifra modesta. Le due scuole che sarebbero poi confluite nell’Istituto Comprensivo, la De Amicis e la Leonardo da Vinci, avevano ottenuto ciascuna 25.000 euro dal fondo FESR REACT EU, nell’azione Edugreen dedicata ai laboratori di sostenibilità per il primo ciclo. Somme di questo tipo finiscono spesso in attrezzature: serre idroponiche, kit per orti, arredi da laboratorio. La dirigente, Giovanna Genco, ha scelto un’altra strada e ha chiesto a LabCity Architecture, il gruppo di ricerca del Dipartimento di Architettura dell’Università di Palermo fondato e diretto da Lecardane, di aiutarla a dare a quella spesa un contenuto più vicino ai bisogni reali della scuola.
Dopo alcune riunioni è nato il laboratorio estivo Elogio della frugalità. Giardini sensoriali a scuola, che nel luglio 2022 ha riunito negli spazi dell’istituto docenti universitari e della scuola, professionisti e studenti di architettura e design, divisi in sei gruppi coordinati da tutor. Dal lavoro è emersa un’esigenza molto concreta: nel clima di Palermo un giardino senza ombra resta inutilizzabile per buona parte dell’anno scolastico. L’area scelta, sul lato est del complesso, era uno sterrato irregolare usato come parcheggio dagli insegnanti, e i percorsi che collegano gli edifici erano interamente esposti al sole.
Un progetto che parte da chi conosce le abitudini quotidiane di un luogo ha più probabilità di essere riconosciuto, perché risponde a una mancanza che le persone hanno già vissuto. Qui la mancanza aveva un nome semplice: un posto all’ombra dove stare.
Un progetto che parte da chi conosce le abitudini di un luogo risponde a una mancanza che le persone hanno già vissuto.
L'ombra, il profumo, la stagione
In termini generali, un giardino sensoriale lavora su dimensioni che l’aula tende a escludere. L’ombra si sposta durante la giornata e insegna a leggere il percorso del sole. Le piante crescono, fioriscono, perdono le foglie, e rendono visibile un tempo più lungo dell’orario scolastico. Profumi, superfici, temperature dei materiali propongono scoperte che passano dal corpo prima che dalle parole. Sono possibilità concrete, che ogni progetto declina a modo suo e che solo l’uso può trasformare in esperienza.
Alla De Amicis–Da Vinci hanno preso una forma semplice. Il terreno è stato livellato; lungo il margine orientale della scuola, verso la strada, si susseguono cinque giardini sensoriali tematici dedicati alla ciclicità delle stagioni e alla cura delle piante nell’ambiente mediterraneo; un padiglione in acciaio con tende ombreggianti li protegge e funziona da atelier all’aperto, pensato per attività didattiche ed extradidattiche, anche con i genitori e le associazioni del quartiere.
Il padiglione costruisce una soglia tra dentro e fuori, un luogo coperto e aperto insieme, dove una lezione può uscire dall’aula senza perdere la propria struttura. Herman Hertzberger ha dedicato molte pagine a questi spazi intermedi, sostenendo che un’architettura capace di lasciare margini all’interpretazione invita le persone ad appropriarsene. Nella scuola Montessori di Delft, costruita a partire dal 1960, l’ingresso di ogni aula è trattato come una piccola soglia abitabile, e nella hall comune un podio in mattoni diventa di volta in volta seduta, palco o tavolo; nelle Apollo Schools di Amsterdam, all’inizio degli anni Ottanta, una gradonata al centro dell’edificio raccoglie la scuola intera. Sono elementi semplici che non prescrivono un uso e proprio per questo vengono adottati. Anche la parola atelier porta con sé una tradizione precisa della pedagogia italiana: nelle scuole dell’infanzia di Reggio Emilia, a partire dall’esperienza di Loris Malaguzzi, l’atelier è il luogo in cui si pensa con le mani e con i materiali, e l’ambiente è considerato esso stesso un educatore. E la posizione ha un senso: il giardino guarda il quartiere, e il quartiere lo vede.
La frugalità come criterio
Tra un’idea e un’opera finita c’è un passaggio che raramente si racconta: l’ingegnerizzazione. Significa tradurre le intuizioni di un laboratorio in disegni costruibili, decidere sezioni, giunti, fondazioni, tolleranze, e conservare nel frattempo la leggerezza del pensiero iniziale. È un lavoro di scelte minute, ciascuna delle quali può rafforzare o indebolire l’idea.
L’ho affrontato insieme a Ignazio Verentino, che porta nel progetto la sua esperienza di costruttore. È un sapere che viene dall’aver eseguito le opere oltre che dall’averle disegnate: aiuta ad anticipare un problema di posa, a leggere un nodo della struttura in acciaio, a capire quando una soluzione ha bisogno di un aggiustamento per diventare costruibile. In un intervento frugale questa competenza pesa di più, perché la semplicità finale è il risultato di molte decisioni prese prima.
La decisione più importante riguardava proprio il padiglione. Il laboratorio aveva immaginato una grande pergola di cinque moduli; il confronto con il budget ha imposto di ridurla a due. È il momento in cui un progetto rischia di perdere il proprio senso, e conviene dire con chiarezza che cosa abbiamo cercato di proteggere: l’ombra come condizione d’uso del giardino e il carattere di atelier dello spazio coperto. Ridurre la quantità senza intaccare queste due qualità è stato il vero esercizio di frugalità dell’intero processo. Il titolo del laboratorio, a quel punto, è diventato un criterio di progetto.
La mano di chi costruisce
I manufatti in acciaio e i sistemi ombreggianti li ha realizzati BF2000, l’impresa di Isola delle Femmine fondata da Filippo Barbera, scomparso di recente. Maestro d’Arte e imprenditore, lo avevo conosciuto venticinque anni fa, quando ero un giovane architetto con molte idee e poche certezze. Stava dentro un progetto con un modo schietto e generoso: lo faceva proprio, lo spingeva oltre, accettava anche le richieste più improbabili.
Durante il nostro ultimo lavoro insieme mi parlò del manuale su cui si era formato, Calcolo e disegno meccanico per disegnatori, operai e tracciatori. Lo cercai e lo comprai. In quelle pagine ho ritrovato il senso del suo mestiere: anche chi lavora con le mani coltiva il bisogno, e il diritto, di accedere a una conoscenza di qualità. Richard Sennett ha descritto il mestiere come il desiderio di fare bene un lavoro per se stesso, e ha insistito sul dialogo continuo tra la mano e la testa. Nel lavoro di Barbera quel dialogo era evidente.
In un padiglione d'acciaio fatto di pochi elementi ogni dettaglio resta visibile, e la mano di chi costruisce si riconosce.
Poi c’è il cantiere, dove la direzione lavori verifica che ciò che si costruisce corrisponda a ciò che è stato pensato e il coordinamento della sicurezza organizza accessi e percorsi in un luogo destinato ai bambini. Queste prestazioni le abbiamo donate alla scuola: competenze, tempo, responsabilità. La gratuità non riduce gli obblighi. Il direttore dei lavori e il coordinatore per la sicurezza rispondono del proprio operato come in qualunque incarico retribuito, ed è questa la parte del contributo che conta davvero.
Dopo la consegna
I giardini sono stati aperti alla cittadinanza nell’ottobre 2023 e nel marzo 2024 sono entrati nella rete dei Giardini dei Giusti di Gariwo. Il luogo ha cominciato a raccogliere significati che nessun progetto aveva previsto, e questo è forse il segno più chiaro di un’appartenenza che si forma: le persone caricano uno spazio di storie proprie.
Per la stessa ragione, la consegna segna un inizio. Le piante chiedono acqua, potature, sostituzioni. L’acciaio e le tende vanno controllati nel tempo. I percorsi devono restare praticabili e accessibili, con superfici integre e passaggi liberi. E qualcuno deve stabilire quando lo spazio è aperto, per quali attività, con quali regole.
Qui sta la tensione più seria. Uno spazio ben progettato, ben costruito e perfino premiato può degradarsi in pochi anni se nessuno ha il mandato e le risorse per occuparsene. Shannon Mattern ha osservato che la manutenzione è il lavoro che tiene in vita le infrastrutture e che, proprio perché poco visibile, viene sistematicamente sottovalutata. I fondi che hanno reso possibile l’intervento ne hanno coperto la realizzazione; la durata ha bisogno d’altro. Il tema riguarda l’intero complesso: come molte scuole costruite negli anni Settanta, anche questa richiede una manutenzione programmata degli edifici, e già la relazione tecnica preliminare suggeriva una verifica complessiva del loro stato. Un giardino nuovo dentro una scuola che invecchia rende la questione più visibile, non più semplice.
Affidare la cura alla buona volontà della scuola è una scorciatoia fragile: gli insegnanti hanno già il proprio lavoro, le famiglie cambiano ogni anno, l’entusiasmo dei primi mesi si consuma. Una cura che dura richiede un responsabile riconoscibile, un piano di manutenzione, un budget anche minimo purché certo. La partecipazione delle classi resta preziosa e funziona meglio quando poggia su questa struttura: curare un’aiuola è un’esperienza educativa, riparare un impianto spetta a chi gestisce l’edificio.
Che cosa può dare un architetto
Mi chiedo spesso che cosa un architetto possa mettere a disposizione di una collettività fuori dal perimetro di un incarico. La risposta più onesta che ho trovato è la capacità di tenere insieme un’intenzione e la materia che deve accoglierla, con la responsabilità che ne deriva. È una competenza che si costruisce negli anni, spesso imparando da chi in cantiere ne sapeva più di noi.
In questo caso ce n’era anche un’altra in gioco: trasformare una piccola somma destinata ad attrezzature in uno spazio, cioè in qualcosa che può durare più a lungo di un arredo e servire più persone. La scelta spettava a chi dirige la scuola, e la dirigenza l’ha fatta; il nostro compito era renderla tecnicamente possibile.
Donare a questa scuola la direzione lavori e il coordinamento della sicurezza è stata una decisione precisa, legata a un luogo e a un percorso in cui abbiamo riconosciuto un senso. Non la propongo come modello. Il lavoro professionale va riconosciuto e retribuito, e le scuole hanno diritto a investimenti pubblici adeguati, continui, programmati. Un contributo volontario può accompagnare un progetto; colmare le carenze di un sistema è compito di altri.
Torno alla domanda iniziale. L’appartenenza non si disegna. Un’idea crea le condizioni, l’ingegnerizzazione e il cantiere le rispettano, ma è l’uso quotidiano a trasformare un parcheggio sterrato in un luogo proprio, e solo una cura organizzata consente a quell’uso di durare. Filippo Barbera aveva trovato in un manuale l’accesso a un sapere di qualità; una scuola può offrire la stessa possibilità a ogni bambino attraverso lo spazio in cui cresce.
Chi progetta e chi costruisce consegna uno spazio. Chi lo abita, messo in condizione di farlo nel tempo, ne fa un luogo.

In memoria di Filippo Barbera, Maestro d'Arte
Filippo Barbera, a sinistra, con Mariano Genovese durante le verifiche per la pergola · Officina BF2000, Isola delle Femmine · dicembre 2022.
Per approfondire
Le letture che seguono non sono un apparato erudito. Le propongo perché ciascuna aiuta a guardare con più precisione una delle questioni che il caso della De Amicis–Da Vinci lascia aperte, e perché possono servire a chi, da posizioni diverse, si trova a lavorare sugli spazi della scuola: architetti, dirigenti, insegnanti, amministratori.
Il luogo e l’appartenenza
Il punto di partenza resta Space and Place di Yi-Fu Tuan, perché offre la distinzione da cui nasce tutto il paper: lo spazio diventa luogo quando lo conosciamo e gli attribuiamo valore. È un libro breve e accessibile anche a chi non è geografo. Chi vuole capire che cosa è successo dopo può leggere Place: An Introduction di Tim Cresswell, che ricostruisce il dibattito con chiarezza e mostra come il concetto sia passato dalla geografia all’urbanistica e alle politiche pubbliche. Doreen Massey, in For Space, porta una correzione utile a chi lavora in quartieri come la Noce: un luogo non ha un’identità chiusa da proteggere, è un intreccio di relazioni che si rinnova continuamente. Letta così, una scuola aperta al quartiere diventa uno dei nodi in cui quelle relazioni passano. The Fate of Place di Edward Casey è la lettura più impegnativa, e la consiglio a chi vuole capire perché il pensiero moderno abbia a lungo trascurato il luogo a favore dello spazio astratto.
Sul versante della psicologia ambientale, la rassegna di Maria Lewicka è il modo più rapido per sapere che cosa la ricerca ha effettivamente osservato sull’attaccamento ai luoghi in quarant’anni, e dove i risultati restano incerti: un buon antidoto alle affermazioni generiche sul «senso di appartenenza». Lo studio del 2008 sulla città di Breslavia, che Lewicka dedica alla memoria dei luoghi, è il più vicino al nostro tema: mostra che chi conosce la storia di un luogo tende a sentirlo più proprio, un argomento a favore di ogni progetto che coinvolga la scuola nel racconto del proprio cortile. Il volume curato da Lynne Manzo e Patrick Devine-Wright, giunto alla seconda edizione ampliata, raccoglie gli sviluppi più recenti; tra i contributi, quello di Randolph Hester sul progetto «endemico» è il più utile a chi disegna, perché lega l’attaccamento ai luoghi a scelte progettuali concrete. Il modello di Leila Scannell e Robert Gifford, che distingue chi si lega a un luogo, come avviene il legame e a quale luogo si riferisce, è una griglia semplice da usare anche nella fase di ascolto che precede un progetto. Infine Mente locale di Franco La Cecla riporta il tema in Italia e nella vita quotidiana: descrive la conoscenza minuta e corporea che gli abitanti costruiscono dei propri luoghi, la stessa che un laboratorio fatto dentro la scuola prova a far emergere.
Herman Hertzberger: libri ed edifici da conoscere
Per chi progetta scuole, i libri di Herman Hertzberger sono una lettura quasi obbligata, perché ogni idea è accompagnata da un edificio costruito. Lessons for Students in Architecture spiega con molti esempi perché le soglie, i gradini, gli spazi intermedi invitano le persone ad appropriarsi di un edificio; Space and the Architect sposta l’attenzione dallo spazio come forma allo spazio come condizione degli usi; Space and Learning applica queste idee alla scuola, pensata come una piccola città con strade e piazze.
Gli edifici da guardare sono soprattutto tre. La scuola Montessori di Delft, iniziata nel 1960 e ampliata più volte, è il manifesto della soglia: l’ingresso di ogni aula è un piccolo spazio intermedio che i bambini personalizzano, e il podio in mattoni nella hall è il caso più citato di elemento «polivalente», che non suggerisce un uso preciso e per questo ne accoglie molti. Le Apollo Schools di Amsterdam, due scuole gemelle dei primi anni Ottanta, organizzano lo spazio attorno a una gradonata centrale che è insieme scala, luogo di sosta e aula comune. L’edificio per uffici Centraal Beheer di Apeldoorn, completato nel 1972, non è una scuola ma mostra lo stesso principio applicato al lavoro: una struttura ripetuta e incompleta che gli utenti sono invitati a completare. Sono esempi utili per leggere il padiglione della De Amicis–Da Vinci: una struttura semplice, aperta, che diventa luogo quando qualcuno la usa.
Loris Malaguzzi e Reggio Emilia: testi e luoghi
Il modo migliore per avvicinarsi a Malaguzzi è leggerlo direttamente, nell’antologia dei suoi scritti curata da Paola Cagliari e altri: vi si trova l’idea dei «cento linguaggi» dei bambini, la critica della scuola come trasmissione e il ruolo attribuito allo spazio, che a Reggio viene chiamato il «terzo educatore» accanto agli insegnanti e alle famiglie. The Hundred Languages of Children resta l’introduzione più completa all’esperienza nel suo insieme. Per un architetto, il testo decisivo è però Bambini, spazi, relazioni di Giulio Ceppi e Michele Zini, nato da una ricerca tra Reggio Children e Domus Academy: traduce la pedagogia in criteri di progetto, dalla luce ai materiali, dalla trasparenza alla possibilità di trasformare gli ambienti. Il libro di Vea Vecchi, atelierista per molti anni alla scuola Diana, racconta infine dall’interno che cosa accade in un atelier.
Chi vuole vedere questi principi nello spazio può visitare Reggio Emilia. La scuola comunale dell’infanzia Diana è stata indicata nel 1991 dalla rivista Newsweek tra le scuole più innovative al mondo, e da allora è il riferimento più visitato. Il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, aperto nel 2006 nell’ex magazzino Locatelli, ospita atelier, mostre e attività di formazione aperte anche a progettisti e amministratori.
La scuola nelle istituzioni
Per dirigenti e amministratori, il manifesto 1+4 spazi educativi di INDIRE e le Linee guida per l’edilizia scolastica del 2013 sono utili perché traducono queste idee nel linguaggio delle istituzioni e riconoscono lo spazio esterno come parte dell’ambiente di apprendimento: argomenti concreti da usare quando si deve giustificare un investimento su un cortile.
I bambini e la città
The Child in the City di Colin Ward è il libro da leggere per primo in questo gruppo: mostra, con uno sguardo libero da schemi, quanto i bambini sappiano usare e trasformare gli spazi urbani, spesso in modi che nessun progettista aveva previsto. È un invito all’umiltà per chi disegna. La città dei bambini di Francesco Tonucci, nato dall’esperienza avviata a Fano nei primi anni Novanta, propone di assumere il bambino come parametro delle scelte urbane, e aiuta a pensare il rapporto tra la scuola e il quartiere oltre il recinto. Il saggio di Roger Hart per l’UNICEF introduce la «scala della partecipazione», adattata dal lavoro di Sherry Arnstein: è uno strumento prezioso per chi vuole coinvolgere davvero i bambini e distinguere la partecipazione reale da quella decorativa. Il volume curato da Louise Chawla riprende il progetto UNESCO avviato da Kevin Lynch negli anni Settanta e raccoglie ricerche condotte in diversi paesi su come i bambini valutano i propri ambienti: utile per chi vuole fondare un progetto su un ascolto documentato.
Il mestiere e la cura
L’uomo artigiano di Richard Sennett è il libro che più si avvicina a ciò che il capitolo 5 prova a dire su Filippo Barbera: il valore del lavoro fatto bene per se stesso, il legame tra la mano e la testa, il sapere che si costruisce con la pratica. Lo consiglio a chi lavora in cantiere e a chi lo dirige, perché restituisce dignità teorica a competenze che raramente vengono raccontate. Making di Tim Ingold prosegue il discorso da un’altra angolatura e descrive il fare come un pensiero che avviene insieme ai materiali; dialoga bene con l’idea dell’atelier.
Shannon Mattern e la cultura della manutenzione
Il saggio di Shannon Mattern su Places Journal è la lettura più breve e forse la più urgente: spiega perché la manutenzione è un lavoro di cura che tiene in vita le infrastrutture, chi lo svolge, e perché tende a restare invisibile nei bilanci e nei racconti. È il testo da far leggere a chi, dopo l’inaugurazione, dovrà decidere chi si occupa del giardino. Chi vuole proseguire con Mattern può leggere A City Is Not a Computer, dove la critica della città «intelligente» si accompagna a un elogio delle forme di conoscenza locali e delle istituzioni che si prendono cura dei luoghi, dalle biblioteche agli alberi urbani; Code and Clay, Data and Dirt allarga invece lo sguardo alla lunga durata delle infrastrutture materiali della città.
Il saggio di Mattern dialoga con alcuni testi che conviene conoscere. Il Manifesto for Maintenance Art di Mierle Laderman Ukeles, scritto nel 1969, è il punto di partenza storico: l’artista contrapponeva lo «sviluppo», il culto del nuovo, alla «manutenzione», il lavoro quotidiano che fa durare le cose, e rivendicava a quest’ultima la dignità di un’opera. Steven Jackson, in «Rethinking Repair», propone di guardare la tecnica dal punto di vista di chi ripara invece che di chi inventa. Andrew Russell e Lee Vinsel, fondatori della rete di ricerca The Maintainers, mostrano in The Innovation Delusion come il finanziamento pubblico e privato privilegi sistematicamente il nuovo rispetto alla cura dell’esistente: una descrizione precisa di ciò che accade quando un fondo copre la realizzazione di un giardino e nessuno ne copre la durata. How Buildings Learn di Stewart Brand riporta infine il tema all’architettura e alla vita degli edifici dopo la consegna.
Riferimenti
Tuan, Y.-F. (1977). Space and Place: The Perspective of Experience. Minneapolis: University of Minnesota Press. — Il passaggio dallo spazio al luogo attraverso l’esperienza e l’attribuzione di valore. Richiamato al capitolo 1.
Lewicka, M. (2011). «Place attachment: How far have we come in the last 40 years?». Journal of Environmental Psychology, 31(3), 207–230. — Una rassegna critica di quarant’anni di ricerca sull’attaccamento ai luoghi, con il ruolo della durata della frequentazione e della memoria. Richiamato al capitolo 1.
Manzo, L. C., Devine-Wright, P. (a cura di) (2014). Place Attachment: Advances in Theory, Methods and Applications. London: Routledge (2ª ed. ampliata 2021). — Il riferimento più aggiornato sugli studi dell’attaccamento ai luoghi, con applicazioni alla pianificazione e al progetto. Richiamato al capitolo 1.
Hertzberger, H. (1991). Lessons for Students in Architecture. Rotterdam: 010 Publishers. — Spazi intermedi, soglie e architettura che invita all’appropriazione da parte di chi la usa. Richiamato al capitolo 3.
Vecchi, V. (2010). Art and Creativity in Reggio Emilia: Exploring the Role and Potential of Ateliers in Early Childhood Education. London–New York: Routledge. — L’atelier nelle scuole di Reggio Emilia come luogo di ricerca con le mani e con i materiali. Richiamato al capitolo 3.
Sennett, R. (2008). The Craftsman. New Haven: Yale University Press. Ed. it. L’uomo artigiano, Milano: Feltrinelli, 2008. — Il mestiere come desiderio di fare bene un lavoro per se stesso e come dialogo tra mano e testa. Richiamato al capitolo 5.
Mattern, S. (2018). «Maintenance and Care». Places Journal, novembre 2018. — La manutenzione come lavoro di cura che sostiene le infrastrutture e che tende a restare invisibile. Richiamato al capitolo 6.
INSULÆ S.r.l. · documento interno. Relazione tecnica preliminare. Pergola e giardino sensoriale, IC De Amicis–Da Vinci. Premessa, descrizione dei luoghi, opere previste · archivio INSULÆ.
INSULÆ S.r.l. OASI CIVICA. Progetto della pergola e dei giardini sensoriali per l’IC De Amicis–Da Vinci. insulaesrl.it.
Università degli Studi di Palermo · IRIS. Lecardane, R. A. (2025). Civic Oasis a Scuola. 2025 · iris.unipa.it.
New European Bauhaus Prizes. Civic Oasis. Sensory gardens and open-air atelier for the school. prizes.new-european-bauhaus.europa.eu.
La Sicilia. Palermo, i giardini sensoriali a scuola aperti alla cittadinanza. Ottobre 2023 · lasicilia.it.
La Tecnica della Scuola. Inaugurato giardino multisensoriale in un’altra scuola siciliana, la ds: «La didattica è di qualità se lo sono anche gli spazi». 12 ottobre 2023 · tecnicadellascuola.it.
QdS · Italpress. Un «Giardino dei Giusti» all’istituto De Amicis–Da Vinci a Palermo. Marzo 2024 · qds.it.
Nota
INSULÆ Papers è la serie editoriale con cui lo studio documenta, a partire dai propri cantieri, le domande disciplinari che li attraversano. I paper nascono da progetti reali ma non li descrivono: ne estraggono il metodo. Le informazioni sul caso si basano sulle fonti pubbliche elencate sopra, consultate fino al 16 ottobre 2026, e sulla relazione tecnica preliminare redatta da INSULÆ, da cui provengono i dati sul finanziamento, sullo stato dell'area e sulla riduzione del padiglione. La ripartizione dei ruoli riflette i contributi effettivamente svolti da ciascun soggetto. Le considerazioni sulle potenzialità educative dei giardini sensoriali hanno carattere generale e non descrivono risultati misurati.